Storia di un trasloco
È molto probabile che fosse una mattinata afosa, come sono a volte afose le giornate pisane di inizio estate, quella mattina del 1984 quando iniziarono i lavori per il trasferimento della Collezione dei Cetacei del Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa (già Museo di Zoologia e Anatomia Comparata), la più completa collezione di specie di grandi dimensioni in Italia e una delle più interessanti in Europa. Qualche giorno prima, una delle finestre del “capannone delle balene” viene allargata, perché crani e mandibole della lunghezza di qualche metro, pesanti vertebre dorsali, costole, sterni, rudimenti pelvici, chevron delle vertebre caudali, possano essere trasferiti in tutta sicurezza. Un discreto numero di persone è impegnato in questo evento, un unicum nella storia della museologia italiana. Tecnici di laboratorio calano a terra i colossali scheletri dal soffitto assicurandoli con grosse funi, mentre professori e ricercatori scattano le foto dei dettagli ed eseguono il rilevamento osteometrico di tutte le componenti anatomiche. Altri ricercatori si dedicano all’identificazione univoca e al censimento delle ossa: le scatole vanno numerate e catalogate. Un disciplinato e allegro gruppo di studenti supporta le operazioni.
Dopo gli ultimi anni di residenza precaria e inadeguata in un capannone costruito su terreni già appartenenti all’Orto Botanico (l’alluvione del 1966 rappresentò una seria minaccia per i reperti), la Collezione finalmente trova una nuova casa. La battuta che circola è che le balene si ritirino a vita monastica, visto che dimoreranno in via definitiva nella bellissima Certosa di Val Graziosa, meglio nota come Certosa di Calci, alle pendici del Monte Pisano. Fondato nel XIV secolo, il complesso certosino ha subìto diverse vicissitudini, fino ad arrivare, durante la Grande Guerra, ad essere utilizzato come caserma, ospedale di riserva per soldati italiani, ospedale per prigionieri dell’esercito austro-ungarico. Nel 1972 diviene Museo Nazionale e, qualche anno dopo, la parte nord-occidentale del complesso viene concessa in uso perpetuo e gratuito all’Università di Pisa. Le Collezioni trovano ospitalità in quelli che sono stati i locali utilizzati dai monaci per le loro attività più mondane: cantine, magazzini, frantoio, falegnameria. E per i Cetacei c’è il vecchio loggione che fungeva da essiccatoio per il fieno, una lunga galleria di centodieci metri, che appare finalmente adatta ad ospitare esemplari che, in alcuni casi, arrivano a più di venti metri di lunghezza.
Oggi la galleria dei cetacei del Museo di Storia Naturale di Pisa è uno dei posti più belli che vi possa capitare di visitare.
Oggi la Galleria dei Cetacei del Museo di Storia Naturale di Pisa è uno dei posti più belli che vi possa capitare di visitare. Appartiene a quella categoria di luoghi dove gli uomini si sono divertiti a giocare con i contrasti e con la storia, un po’ come per la centrale Montemartini a Roma: lì i marmi dei Musei Capitolini svettano tra turbine e macchine; qui le balene “galleggiano” sulle capriate di un monastero. E in entrambi i casi il risultato toglie il fiato. È soprattutto al mattino presto, quando la luce del sole irrompe dalla vetrata a sud-est e si insinua tra le costole degli esemplari, e proietta ombre in continua evoluzione, che le balene, nella loro suggestione di non-corpi, sembrano fluttuare nell’aria, sopra al monastero, tra le colline di ulivi, e riprendere possesso di quelle acque che circondavano il Monte Pisano nel Pliocene, tra 5 e 2 milioni e mezzo di anni fa, quando era solo un promontorio in mezzo al mare. La storia evolutiva dei cetacei racconta che, per come li conosciamo oggi, esistono da molto prima di noi: le prime balene apparirono 30-40 milioni di anni fa, mentre solo da poco più di 2 milioni il genere Homo si è differenziato dal genere Australopithecus. È dunque una strana forma di contrappasso quella che ha portato i curatori di questa Galleria a far sì che qui le balene prestino il fianco ad una collina dove gli ulivi poggiano su alcune tra le formazioni geologiche più antiche della Toscana: sono le rocce paleozoiche che appartengono ad un allineamento geologico noto come “Dorsale medio Toscana” (assieme alle Alpi Apuane, la Montagnola Senese ed i Monti di Monticiano-Roccastrada), in cui è presente proprio il basamento delle Toscanidi metamorfiche, che qui si chiamano Filladi e Quarziti di Buti.1
La collezione
Quasi tutti i 53 esemplari della Collezione dei Cetacei (sono 27 le specie rappresentate, di cui sette uniche per i Musei italiani) sono stati acquisiti tra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento dal professor Sebastiano Richiardi, direttore dell’Istituto di Zoologia e Anatomia Comparata dell’Università di Pisa tra il 1871 e il 1904, e poi dal suo successore, il professor Eugenio Ficalbi. L’Ottocento è il secolo in cui la caccia alle balene diventa il primo esempio di economia industriale estrattiva globalizzata: le balene diventano una merce globale. L’industria fa leva su ingenti flussi di capitale internazionale da investire in navi ed equipaggi ed è in grado di coprire tutti i mari e l’intero calendario: capodogli a Nord in una stagione, balenottere e megattere durante le migrazioni nell’altra. Alla metà del XIX secolo quella baleniera è la quinta industria degli Stati Uniti, con 700 vascelli solamente in questa nazione. Lo smantellamento a bordo delle carcasse per l’estrazione dell’olio rende più efficienti e veloci le attività delle navi. L’olio ricavato dalla bollitura del grasso di balena illumina le città del mondo, prolunga gli orari delle attività commerciali e ricreative, modifica il concetto di spazio pubblico notturno e il nostro modo di vivere le città. Nel XIX secolo si stima che vengano catturate 236 mila balene, nel secolo successivo il numero di cetacei eliminati si aggira attorno ai 3 milioni. Richiardi, che forse è consapevole di questo, si propone di allestire la collezione più rappresentativa possibile di cetacei viventi: cerca un rappresentante per ciascun genere, sa che sta radunando esemplari di specie in via di estinzione.
La storia delle acquisizioni si può leggere nel compendio al catalogo della Collezione 2 , alcuni dei documenti sono in visione nella Galleria proprio alla fine del percorso espositivo. È una storia di mercanti, di importatori e di dogane. E di una logistica complicata, come testimoniano le note spesa con la contabilità di dettaglio per materiali e servizi necessari per le spedizioni (paglia, spago e corde, trucioli di legno, legname e chiodi, giornate di lavoro dei falegnami). È una storia di scheletri che viaggiano per mare per migliaia di chilometri racchiusi in casse di legno e di scambi epistolari che raccontano di un mondo in cui possono passare mesi per ricevere la risposta ad una richiesta o per concludere un affare. A volte Richiardi anticipa le spese – in un’occasione un errore nel nome di battesimo riportato su una quietanza di pagamento (Salvatore anziché Sebastiano) gli impedirà per parecchi mesi di essere rimborsato dall’Università. Accanto alle acquisizioni di esemplari che derivano da catture e spiaggiamenti sulla costa italiana, Richiardi ha due fonti principali di approvvigionamento per le specie più esotiche: una è il Museo di Storia Naturale di Bergen, in Norvegia. L’altra è la ditta Henry Augustus Ward: la storia di questo professore di Rochester (USA) che fonda la Ward’s Natural Science, un’impresa pioniera nel suo genere, che raccoglie esemplari da tutte le parti del mondo, li monta e li vende a college e musei, meriterebbe una narrazione a sé stante. A testimonianza di una vita avventurosa, basterà ricordare, tra le altre cose, che Ward morì il 4 luglio 1906 dopo essere stato investito da un’automobile a Buffalo, diventando il primo pedone vittima di incidente stradale e che, in seguito, le sue ceneri verranno misteriosamente trafugate. Richiardi si fida di Ward, quando esamina i materiali spediti li trova quasi sempre in ottime condizioni e provvede in tempi rapidi al saldo di quanto dovuto. Qualche problema in più si presenta invece con i norvegesi: in un paio di occasioni Richiardi notifica al Museo di Bergen – gli scambi epistolari sono sempre il francese – l’incompletezza degli scheletri ricevuti. Nel caso di un esemplare di balenottera comune, cui mancherebbe il quindicesimo paio di coste, i norvegesi rispondono che nella Balenoptera musculus il numero di costole varia da 14 a 15 paia, ma ad ogni buon conto spediscono un paio di coste supplementari appartenenti ad un altro individuo.
Negli anni più recenti, si deve al professor Ezio Tongiorgi la visionarietà del progetto che porta all’individuazione del complesso monumentale della Certosa di Calci quale sede del nuovo museo naturalistico. 3 In qualità di direttore del Museo, Tongiorgi si dedica con grande impegno alle complesse attività legate al trasferimento delle Collezioni, ma non riuscirà a vedere l’inaugurazione della Galleria dei Cetacei, avvenuta solo nel 1992, cinque anni dopo la sua scomparsa e dieci anni prima di una piccola vicenda che vale la pena raccontare.
L’anello mancante
In una tarda mattinata del 2002 un marmista di Pietrasanta, Lucca, si appresta a lucidare sei lastre che ha appena tagliato da un blocco di marmo per scopi ornamentali. Sorprendentemente il taglio rivela quelle che l’uomo interpreta come ossa di un dinosauro ben conservato all’interno della roccia. In realtà la roccia in questione non è propriamente un marmo, bensì un calcare nummolitico proveniente dall’Egitto, e ben presto si scopre che il fossile non è quello di un dinosauro. Il sopralluogo dei paleontologi rivela infatti che si tratta di un Archeoceto – diventerà quello che gli zoologi chiamano l’olotipo di una nuova specie, l’Aegyptocetus tarfa – di cui sono eccezionalmente ben conservati cranio, cassa toracica e parte della colonna vertebrale 4. La datazione lo fa risalire a circa 45 milioni di anni fa.
Gli Archeoceti sono quello che biologi evoluzionisti e paleontologi hanno cercato per molti anni senza successo.
Gli Archeoceti sono quello che i biologi evoluzionisti hanno cercato per molti anni senza successo: la testimonianza del passaggio dai mammiferi terrestri alle balene ed ai delfini, il classico anello mancante, che per molti anni ha rappresentato uno degli argomenti preferiti dei creazionisti contro le teorie evoluzionistiche. Solo nel 1979 il paleontologo Philip D. Gingerich, dell’Università del Michigan, scopre, alle pendici dell’Himalaya pakistano, un fossile parziale di un cranio, grande quanto quello di un lupo. Il cranio, tuttavia, presenta particolarità anatomiche uniche, l’orecchio è quello tipico dei cetacei. Gingerich aveva scoperto il cetaceo più antico mai rinvenuto. Alla nuova specie, trovata tra i sedimenti marini dell’Eocene pakistano, viene dato il nome di Pakicetus. “Quando le balene sapevano camminare” titoleranno le riviste di divulgazione scientifica negli anni successivi alla scoperta. Da lì in poi altri ritrovamenti di Archeoceti si sono susseguiti in India, Egitto e, recentemente, nel deserto del Perù, anche ad opera dei ricercatori dell’Università di Pisa. Partendo dalla terraferma, gli Archeoceti hanno compiuto l’impresa eccezionale di adattarsi ad un ambiente completamente diverso: quello acquatico.
Oggi l’Aegyptocetus tarfa del marmista di Pietrasanta è anch’esso conservato a Calci, nella Sala degli Archeoceti, e precede, anche nello spazio – dunque – oltre che lungo la linea del tempo, la Galleria dei Cetacei. Lo scheletro del cranio, liberato della matrice della roccia e rimontato in tre dimensioni, con un lavoro che il contesto che lo ospita ci spinge a definire certosino, un paio di anni fa è stato sottoposto a tomografia assiale computerizzata da parte proprio di un team congiunto delle università di Pisa e del Michigan. L’imaging dell’anatomia interna del cranio e in particolare dei turbinati, cioè di quelle delicate lamine ossee che si trovano nelle cavità nasali dei mammiferi, ha rivelato una nuova importante prova paleontologica della discendenza dei cetacei dagli artiodattili, il gruppo di mammiferi oggi rappresentato da cammelli, cervi, maiali e ippopotami.5
Il trisavolo delle balene trovato a qualche chilometro dalla Casa delle balene. Il progenitore che affronta un analogo viaggio di migliaia di chilometri, per mari e per terra, fino a ricongiungersi ai propri discendenti dentro le mura di questa abbazia toscana: più che una coincidenza sembra il segno di un destino ineluttabile.
Le balene. E l’uomo

Percorro la Galleria dei Cetacei dopo aver letto il bel saggio della scrittrice australiana Rebecca Giggs, dal titolo Le regine dell’abisso, che fa da inevitabile sottofondo alla mia visita. Accedendo dalla scalinata all’estremità est della galleria, speso il tempo necessario a riprendere fiato dopo il forte e suggestivo impatto che l’allestimento offre, si viene attratti dai quasi tredici metri di estensione dell’esemplare di Capodoglio (Physeter macrocephalus), il primo dell’esposizione. L’idea archetipica di balena che questo animale offre, il più grande animale vivente munito di denti, evocata da racconti letterari e cinematografici, si accompagna alla suggestione di una foto in bianco e nero, nella quale mi sono imbattuto qualche giorno prima di questa visita. Ritrae un “omino” con i baffi, elegante nel suo cappello, vestito con giacca, cravattino e pantaloni a scacchi, che, serissimo, poggia la mano sul rostro di un lungo scheletro. Si tratta proprio dell’esemplare di capodoglio oggi in questa Galleria. Quell’uomo si chiama Liborio Salomi 6, ha solo diciannove anni, è uno studente del Liceo-Ginnasio “Capece” di Maglie e diventerà, di lì a pochi anni, un grande paleontologo e tassidermista, l’Henry Ward italiano: le sue collezioni di esemplari di uccelli, mammiferi, pesci provenienti dai vari continenti sono oggi presenti in numerosi Istituti universitari italiani. È lo studente Salomi che, il 12 maggio 1903, scrive a Richiardi descrivendo il ritrovamento, in data 18 gennaio 1902, di un immane esemplare di capodoglio, morto già da parecchi giorni al largo di Otranto, del suo recupero, del trasferimento nell’entroterra per motivi di igiene pubblica e, infine, di come egli stesso abbia provveduto a disarticolare, sgrassare e riassemblarne le ossa. L’esemplare verrà acquistato dal Museo di Pisa al prezzo di 1000 lire. È abbastanza comune che i grandi e pesanti capodogli, quando muoiono, restino a galleggiare in mare più a lungo delle altre balene: si deve alle cavità piene di prezioso olio (spermaceti) presente all’interno delle loro teste. Il processo di progressivo affondamento e decomposizione negli oceani delle carcasse delle balene, cui gli scienziati si riferiscono con il termine whalefall, rappresenta il motore di un’immensa e complessa pompa ecologica di fondamentale importanza, tra le altre cose, per il ciclo del carbonio sulla Terra. Una forza ecosistemica a cui, in un solo secolo, sono stati sottratti più di tre milioni di contributori. È una delle cose a cui non si pensa mai quando si parla con preoccupazione dell’alterazione degli ambienti marini dovuta alla riduzione della biodiversità o ai danni irreparabili delle microplastiche, eppure ha un impatto ecologico altrettanto devastante.
I tre metri di cranio e le 54 vertebre di una Balena franca boreale (Eubalaena glacialis) si estendono appena dopo lo scheletro del Capodoglio di Otranto. L’esemplare proviene dalle acque orientali dell’America settentrionale. “Franca”. Nel senso di vera, sicura e giusta, termine derivato dalla trasposizione dell’inglese Right Whale 7. La balena giusta per essere cacciata: se ne ricavava infatti un ottimo rendimento in olio. La sua cattura è più facile perché vive in prossimità delle coste, non è aggressiva e non si immerge troppo in profondità al di sotto della superficie marina (qualcuno ricorderà la suspense nel dipanarsi della sagola annodata all’arpione che il protagonista di “In the heart of the sea”, di Ron Howard, ha appena piantato nel dorso di una balena in rapida immersione).
La collezione pisana prosegue con un esemplare di Megattera (Megaptera novaeangliae), specie cosmopolita e capace di migrazioni da migliaia di chilometri: 16 metri e 60 centimetri, dodici casse e 4154 franchi per arrivare fino qui dall’Isola di Utsire in Islanda. È la specie che siamo ormai abituati ad associare alle balene che cantano, suggestione che deriva dall’opera pioneristica del biologo marino Roger Payne, che con Songs of the Humpback Whale ha contribuito a costruire la consapevolezza ambientalista che ha portato alla moratoria delle attività di caccia commerciale alle balene. È proprio il canto di una megattera quello che l’astrofisico Carl Sagan decise di incidere sul Golden Record inviato nello spazio all’interno della sonda Voyager nel 1977. A riprova della dimensione culturale e sociale che ormai attribuiamo alla comunità linguistica delle balene, la traccia è ospitata nella sezione “Saluti in varie lingue del mondo” e non, come ci si aspetterebbe, in quella dei “Suoni del mondo” 8. E probabilmente quella registrazione che vaga nello spazio non rappresenta più in modo attendibile i suoni delle balene oggi in natura. Da qualche anno, i biologi marini hanno scoperto che il canto delle balene non è immutabile, ma evolve: brevi cellule melodiche vengono riciclate e fanno da base per improvvisazioni, aumentano di complessità con il tempo, fino a definire un repertorio di moda che si diffonde in maniera virale in tutto il mondo sottomarino. Poi, improvvisamente, ogni tre, quattro anni circa, si manifesta una sorta di “rivoluzione culturale”, il grado di complessità crolla e nuovi canti si impongono nelle profondità oceaniche.
“Le balene possono amplificare gli impulsi migliori della natura umana, e rinnovare le parti di noi che sono portate, dalla meraviglia, a rivedere il nostro posto e il nostro potere nel mondo naturale”
Anche i Beluga (Delphinapterus leucas) “cantano”: emettono suoni simili ad un misto di ronzio e cinguettio. Ma il beluga Noc ha saputo fare di meglio: vissuto in cattività nella baia di San Diego, aveva imparato ad imitare le voci degli uomini. Un giorno ha indotto un subacqueo a pensare che qualcuno gli stesse gridando di uscire dall’acqua. 9 Due sono i beluga della Collezione, assieme ad altre specie “più piccole”, come Narvali, Orche, Tursiopi.
Man mano che si procede nella Galleria le dimensioni degli esemplari esposti diventano più grandi: Balenottera minore (9 metri), Balenottera boreale (16 metri), Balenottera comune (20 metri), fino ad arrivare ai 22 metri della Balenottera azzurra con cui si conclude l’esposizione. Lo scheletro di quest’ultima è l’unico allestimento che consente al visitatore di farsi “attraversare”, di passare sotto alle vertebre e alle costole, per immaginare due polmoni e un cuore da otto battiti al minuto, lento come i pistoni di quattro piani del motore diesel di una immensa nave container che oggi solchi quegli stessi mari.
Le Balenottere azzurre australi sono passate dai 240 mila esemplari di inizio Novecento alle 360 unità degli anni ’70. Oggi si stima siano duemila. Non sono solo i numeri di un’estinzione, ma una lezione che dovremmo tenere ben presente: le conseguenze nefaste di un’industria ecologicamente insostenibile e che già agli inizi del Novecento era divenuta economicamente svantaggiosa, e che tuttavia ha continuato ad essere sostenuta dai sussidi che una lobby industriale e presunti interessi nazionali per quasi un secolo hanno garantito. Nel concludere la visita penso che solo pochi altri posti come questo siano in grado di suscitare in noi un sentimento che ci induca a riconsiderare ogni aspetto della nostra vita di consumatori del mondo. Come ci ricordano le parole di Rebecca Giggs: “Le balene possono amplificare gli impulsi migliori della natura umana, e rinnovare le parti di noi che sono portate, dalla meraviglia, a rivedere il nostro posto e il nostro potere nel mondo naturale“.
Da leggere
Il museo di storia naturale e del territorio dell’Università di Pisa, a cura di Roberto Barbuti, Walter Landini – Pisa: Plus-Pisa university press, c2009.
Nicolosi, P., Braschi, S., Cagnolaro, L., Zuffi, M., (2014), Il patrimonio di Cetacei attuali del Museo di Storia naturale dell’Università di Pisa (Certosa di Calci). Profilo storico e catalogo della collezione. Museologia scientifica. Memorie 12/2014: 215-238.
Giggs, R., (2021). Le regine dell’abisso. Come la vita delle balene ci svela il nostro posto nel mondo. Sansepolcro: Aboca SpA Società Agricola.
Note
[1] Carta geologica d’Italia, foglio 273 – Pisa: https://www.isprambiente.gov.it/Media/carg/273_PISA/Foglio.html
[2] Nicolosi, P., Braschi, S., Cagnolaro, L., Zuffi, M., (2014), Il patrimonio di Cetacei attuali del Museo di Storia naturale dell’Università di Pisa (Certosa di Calci). Profilo storico e catalogo della collezione. Museologia scientifica. Memorie 12/2014: 215-238.
[3] Landini, W., (2011), Il Museo di Storia Naturale e del Territorio di Pisa tra memoria, ricerca e futuro. Museologia scientifica. Memorie 7/2011: 55-59.
[4] Bianucci, G., Sorbini, C., (2014), La collezione a cetacei fossili del Museo di Storia Naturale dell’Università di Pisa. Museologia scientifica. Memorie 13/2014: 93-102.
[5] Peri, E., Gingerich, P.D., Aringhieri, G. and Bianucci, G. (2020), Reduction of olfactory and respiratory turbinates in the transition of whales from land to sea: the semiaquatic middle Eocene Aegyptocetus tarfa. J. Anat., 236: 98-104. https://doi.org/10.1111/joa.13088
[6] Interessanti notizie su questa storia si trovano in: Liborio Salomi e il capodoglio di Punta Palascia, consultabile al link https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/08/11/liborio-salomi-e-il-capodoglio-di-punta-palascia-i-parte/ e anche https://www.fondazioneterradotranto.it/2020/08/12/liborio-salomi-e-il-capodoglio-di-punta-palascia-ii-parte/
[7] Notarbartolo di Sciara, G., Cagnolaro, L., (1987), I nomi italiani dei cetacei, Italian Journal of Zoology, 54:4, 359-365.
[8] Una lista del contenuto del Golden record della soda Voyager, è rinvenibile qui: https://www.nasa.gov/mission_pages/voyager/goldenrecord-20070816.html
[9] La storia di Noc e alcune sue registrazioni è rinvenibile in “Talking beluga whale named Noc is revealed” (Guardian): https://www.theguardian.com/environment/2012/oct/23/talking-whale-named-noc-revealed
